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17 gennaio 2000

LE PIAZZE, IL LAVORO ED IL DISAGIO SOCIALE

di Maurizio Borghi

 

Attualmente la maggior parte delle istituzioni pubbliche e private, così come pure i singoli cittadini sembrano avviluppati attorno ad una serie di problemi, tutti correlati fra loro e riconducibili ad un unico punto: la inoccupazione. La inoccupazione è un male terribile, che tutti percepiamo, ciascuno a suo modo e che ha molteplici risvolti a seconda dell'età, dello stato lavorativo, dell'evoluzione di carriera etc.. Il giovane senza lavoro è inoccupato, cioè in cerca di prima occupazione: il suo disagio nasce non solo dalla mancanza di opportunità, ma spesso dalla mancanza di scelta. Un lavoro è tanto raro che difficilmente viene data ad un giovane la possibilità di scegliere o di tentare varie esperienze. Il lavoratore di mezza età vive l'angoscia della disoccupazione di ritorno, cassa integrato o manager da ricollocare che sia. Una terza categoria è quella di chi lascia il lavoro che ha svolto per tutta la vita, e non vede l'ora di uscire al più presto dal lavoro e rientrare nel suo privato, nei suoi hobby. Non sono immuni dal problema i commercianti, sia delle catene della grande distribuzione ma soprattutto del piccolo commercio. Disoccupazione giovanile, perdita del posto di lavoro, prepensionamenti, aprono problemi gravi, sul fronte pubblico e privato, nel mondo del lavoro e del sociale, tutti correlati fra loro: dalla riforma pensionistica al dilagare della delinquenza organizzata, dalla perdita di rappresentatività dei sindacati, al disagio degli anziani, emarginati o relegati in ghetti dormitorio. Il periodo di apporto attivo alla società attraverso il lavoro va riducendosi in tutti sensi. Il lavoratore, specialmente dipendente, inizia a lavorare molto più tardi che nel passato, smette spesso molto prima di un tempo e purtroppo talvolta molto prima di andare in pensione. E' per questo che spesso sono inoccupati anche lavoratori che disoccupati non sono. Non solo la parabola lavorativa sembra essersi accorciata, ma soprattutto, tutte le età vivono il rapporto con il lavoro in maniera angosciata e con rapide obsolescenze. Nel messaggio di fine d'anno lo stesso Presidente della Repubblica ha tentato di farsi interprete di questo disagio, che i padri costituzionalisti cercarono di esorcizzare, in ben altro contesto storico, nel primo articolo della nostra costituzione: L'Italia è una Repubblica fondata sul lavoro. Sempre meno lavoratori sembrano svolgere un lavoro che corrisponda alla missione sociale che ciascuno si sarebbe voluto ritagliare nella società. I giovani, finchè possono, sfuggono lavoro noiosi, ripetitivi o poco creativi. I pensionati o prepensionati abbandonano, senza rimpianti, un lavoro che non sentono più loro. Coloro che hanno perso il posto maledicono un meccanismo che non li ha protetti abbastanza. E questo nonostante stiamo vivendo l'era delle più grandi opportunità che si sia presentata da quando esiste l'uomo sulla terra. Lavorare è giusto, è necessario, è il presupposto della democrazia e della pace sociale, per la realizzazione dell'individuo ancora prima che per il suo sostentamento. E nel terzo millennio, anche se i lavori sono molto cambiati, non si può prescindere da questo. E' una esigenza che tra l'altro stanno vivendo con particolare intensità le donne, che attraversano questo periodo difficile con un problema in più: quello del loro paritario inserimento nella vita lavorativa. Al disagio della inoccupazione si cerca di fare fronte con poche idee e ancor meno strutture.

Ed ogni soluzione (o presunta tale) crea un problema nuovo: il lavoro interinale confligge con gli equilibri già instabili del mondo del lavoro. Le leggi per l'inserimento dei giovani o degli immigrati creano problemi al mondo del lavoro tradizionale. Le leggi per il cambiamento della previdenza scontentano chi ha già programmato il suo futuro da pensionato. Il lavoro, con l'instabilità e l'inadeguatezza con cui viene vissuto oggi, senza la possibilità di ricondurlo ad una esigenza sociale, ad un ideale di vita, sta impoverendo non solo le motivazioni dei lavoratori, ma tutta la nostra cultura d'impresa. Contemporaneamente, la complessità dei sistemi, fortemente evolutivi ed interconnessi fra loro, rende la società ed il mondo del lavoro molto selettivi. Pochi sono in grado di seguire i ritmi sempre più accelerati del cambiamento: non la scuola, né la formazione all'interno delle imprese, né le leggi. In alcuni settori, di importanza vitale, quali la ricerca, la tecnologia, l'elettronica, l'ambiente, i servizi, l'Italia sta accumulando ritardi incolmabili. E nessuno sembra volerlo spiegare alla gente comune. Il futuro si presenta ad un bivio: stiamo andando verso un secolo buio di imbarbarimento, in cui la maggior parte della popolazione verrà relegata in ghetti sottoculturali suburbani, o le nuove tecnologie riusciranno nel miracolo di dare a tutti opportunità più democratiche di un tempo? La risposta è in questi anni nelle mani di tutti coloro che vogliono progettare un futuro con una telematica intelligente e funzionale alla qualità della vita. Tutti sono chiamati a dare il loro contributo, anche minimo. E' inevitabile fare qualcosa, schierarsi, partecipare, chiarirsi le idee su quale futuro vogliamo.

I politici hanno capito che il lavoro è un tema centrale, intorno a cui ruota la soluzione di tanti altri problemi della nostra società, ma confondono il sintomo con la causa. La mancanza di lavoro, ed il conseguente crescente disagio sociale, nascono da un modello di sviluppo ormai completamente obsoleto, che impiegherà ancora troppi anni a lasciare posto al nuovo, se non si incomincia ad intervenire subito. Il lavoro manca perché mancano progetti di sviluppo reale. Non è pensabile che sempre meno lavoratori possano continuare a lavorare, nelle società produttrici di prodotti di consumo, entro un modello inquinante, frustrante, e che produce beni e servizi sostanzialmente non più necessari. Non è pensabile un modello di sviluppo che preveda la "deportazione" ogni giorno di milioni di lavoratori in uffici poveramente organizzati e scarsamente telematizzati. Non è pensabile che non si possa lavorare dove, quando e quanto si vuole, quando si è in grado di assicurare comunque la qualità necessaria. Ovviamente la lista delle inadeguatezze ormai insostenibili potrebbe riempire interi volumi. Abbiamo cercato di elencarne i più importanti nei nostri convegni ed abbozzare alcune soluzioni. I nostri politici possono fare molto, come tutti noi del resto, se terranno conto tra l'altro anche delle raccomandazioni della Unione Europea, che continua ad emanare linee guida per un sano sviluppo. Alcune timide iniziative delle istituzioni hanno fornito spunto, negli ultimi mesi, per sperare: il rilancio del progetto della società dell'informazione, la creazione di un referente per la tecnologia ed Internet, alcuni progetti per lo sviluppo delle nuove tecnologie. E' comunque molto poco, ma vorremmo dire, meglio che nienteLa nuova generazione, una generazione ancora talmente incognita da essere soprannominata la generazione X, manifesta disagi ed insofferenze, talvolta indecifrabili nell'obiettivo, ma chiarissime nelle cause. E' una generazione che conosce l'isolamento familiare e telematico, e sviluppa con crescente ossessione, la voglia ludica di piazza.

Le piazze, il lavoro, il disagio sociale: occorre che i nostri governanti tentino almeno di interpretare i tempi che stiamo vivendo. Che si dia modo, ad urbanisti preparati, di interpretare luoghi e stili di vita urbana, corrispondendo alle esigenze della nuova qualità della vita dei cittadini.

La creazione di una rete compatibile di piazze telematiche è un investimento strutturale non solo non rinviabile, se si vuole far progredire il Paese, ma anche quello più sano ed a più elevato ritorno che il governo possa fare: per la riqualificazione, per il lavoro interinale, per l'integrazione scolastica, per l'integrazione fra giovani ed anziani, fra nord e sud, per interpretare il nomadismo del lavoro del terzo millennio.

Siamo consapevoli che un simile progetto richieda un grande sforzo a vari livelli, per la sua complessità e le sue implicazioni. Interconnettere le banche dati, definire standard, sviluppare le capacità creative locali, preparare ambienti per il lavoro interinale, la didattica, l'integrazione e tanto altro, fondendo iniziativa privata e funzione pubblica, non è certamente impresa da poco. Soprattutto non è impresa che possa realizzarsi spontaneamente, senza la definizione di princìpi, modelli, parametri, assistenza ed investimenti a medio e lungo termine. Occorre un progetto di portata nazionale, che aiuti e guidi l'attività degli enti locali.

Ci dispiace rilevare come nessuno sembri avere coscienza, in Italia, di problemi ormai ampiamente acclarati in tutto il mondo, come quello della disoccupazione strutturale. Ci avviamo verso la società 20:80, in cui cioè un quinto della popolazione basterà a far funzionare tutta l'economia. Per gli altri quattro quinti non ci può e non ci deve essere nessuna emarginazione. La possibilità di affrancarsi sempre più da lavori a basso valore aggiunto, sostituendoli con progetti telematici ad alto contenuto creativo, deve essere una grande opportunità per tutti. In particolare il governo deve sostenere, come sembra per altro voler fare, le associazioni no profit, come la nostra, orientate a progetti concreti, che interpretino i tempi che stiamo vivendo, che ridiano spazi urbanistici, dignità e valori, anche economici, al nuovo tempo, veramente "libero" e non più, come ora, inoccupato.

La telematica offre una grande opportunità per pensare a livello globale ed agire a livello locale, per sconfiggere l'inoccupazione ed il disagio sociale. La nostra associazione intende rafforzare la solidarietà, nel vicinato, per l'ambiente, per opporsi all'emarginazione di chi è economicamente e tecnologicamente debole, proponendo progetti concreti e facilmente realizzabili, con un po' di coraggio. Continueremo a sollecitare e ad aiutare il governo, sia nazionale che locale, affinché colga questa grande occasione.



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